COP21, 21ª Conferenza delle parti. Obiettivi e ostacoli

COP21 - ParigiDal 30 novembre e fino all’11 dicembre del 2015 è aperta a Parigi la COP 21, la 21ª Conference of Parties. Organizzata dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), i 196 paesi membri dell’ONU sono chiamati a dare risposte concrete alle grandi aspettative per un incisivo contrasto al riscaldamento globale, ossia alla minaccia per la vita biologica del nostro pianeta.

L’importanza di quest’appuntamento sta nella possibile, ma purtroppo non certa, conclusione positiva di un faticoso percorso durato stancamente per venti anni. Finalmente potremmo essere alla vigilia della firma da parte di tutte le nazioni del mondo, non di una delle tante carte d’intenti o di inascoltati proclami facenti appello ai più nobili sentimenti dell’uomo, ma di un accordo “vincolante e universale” per combattere uniti la minaccia incombente dei cambiamenti climatici. Cambiamenti non determinati dalla capricciosità della Natura, ma dalla rottura di delicatissimi equilibri, come quello raggiunto in milioni di anni con l’effetto serra, che il nostro CNR afferma essere stato determinato al 99% delle probabilità dal riscaldamento globale. Un riscaldamento determinato dall’aumento della presenza dei gas serra in atmosfera, in primis dell’anidride carbonica (CO2). Infatti, per 800 mila anni la sua concentrazione non ha mai superato le 300 parti per milione (ppm), con l’era industriale, ovvero gli ultimi 200 anni, è passata dalle 285 alle 410 ppm con una violenta accelerazione dal 1980. L’obiettivo finale del COP21 dovrebbe essere quello di contenere il riscaldamento globale entro i 2°C rispetto all’epoca pre-industriale, tenendo conto però che, al 2015, 0,85° C sono già stati spesi. Il fine è quello di consentire una limitazione delle conseguenze sul clima, di cui abbiamo già avuto modo di avvertire gli effetti devastanti. Di limitarle, non di fermarle, né, tantomeno, di rispristinare la situazione precedente.

Purtroppo, come ha opportunamente denunciato il Ministro Gian Luca Galletti, i conteggi fatti sulle proposte di intervento presentate in sede di mediazione in questi mesi danno ancora un gap tra questi 2° C e i 2,7° C. In altre parole, sul tavolo della COP21 spicca il problema di come ridurre questa differenza di 0,7° C e quale impegno economico comporta, verosimlmente, per i bilanci dei paesi più ricchi. E non tanto peché sono loro soprattutto ad averne le possibilità, ma perché la loro responsabilità nelle emissioni non si limita ai livelli dichiarati, poiché a questi vanno sommati  quelli relativi alle delocalizzazioni delle loro produzioni nei PVS e in Cina. Ad esempio, gli USA dovrebbero aggiungere alle emissioni di gas serra dichiarate circa l’11%, mentre l’Europa addirittura dal 20 al 50%.

Dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), intanto, fanno sapere: «Le emissioni mondiali di gas serra devono essere ridotte dal 40 al 70% tra il 2010 e il 2050 e sparire definitivamente dal 2100. La temperatura media della superficie della Terra e degli Oceani è già cresciuta di 0,85 °C tra il 1880 e il 2012. Resta poco tempo per riuscire a mantenere l’aumento della temperatura entro i 2° C ». A chi si chiedesse perché mai fra 85 anni “bisogna” che non si emettano più gas serra, si ricorda il ruolo delle loro persistenze in atmosfera: il più responsabile, la CO2, permane mediamente circa 100 anni, quella del secondo di questa particolare classifica, il metano (concentrazione 1,8 ppm), circa 12 anni, mentre per il terzo, il protossido di azoto (0,310 ppm), 120 anni. In verità, è il vapore acqueo il maggiore responsabile, ma sulle sue emissioni si fermano per poco e nulla si può incidere.

La speranza in un piano “B” spesso auspicato in occasione della COP15 di  Copenhagen è da tempo esaurita ed ora sarebbe pura follia vagheggiare un “piano C”. Fermo restando il raggiungimento del vitale e principale obiettivo finale della Conferenza di cui s’è detto, l’”ultimo chilometro” delle trattative è ancora reso faticoso dai seguenti ostacoli: la natura degli impegni di mitigazione, la forma legale da attribuire (accordi vincolanti, oppure no), la ripartizione delle risorse economiche da mettere a disposizione, in altre parole, chi deve assumersene i costi.

Un passaggio certamente di valenza storica e, si spera, di portata epocale, quello della COP21, per gli effetti sui modelli economici e sociali degli anni a venire che possano garantire alle generazioni che oggi siedono sui banchi di scuola una accettabile qualità della vita.

Benito Fiori

Pubblicato in FUOCO